martedì 16 ottobre 2007

La mê opinion e conte pôc, o nuie piç. Ma distès, achì, che nissun mi viôt e mi sint, o ai gust di pandile.
Poben, a dîle rude e sclete, jo o pensi ch'o vin mateât avonde cu la lenghe furlane. E jè une lenghe maraveose, tanche dutis lis lenghis, par cui che le cognòs, le fevele di frut incà, le lei (pôcs) e le scrîf (cuatri - biei - gjats).
Aromai o vin lis leçs di pupilance (iperfurlan? alore miôr: tutele), grafie normalizade, vocabolari (in fieri, ma a bon pont), coretôr ortografic, studis di ogni fate e indagjinis linguistichis. Mi vignarès plui naturâl dî lenghistichis, ma il professôr Sandri al stuarzarès il nâs, e, stant che ancje jo o ai studiât alc di glotologjie e lenghistiche - velu il mone, o intindevi dî "linguistiche" -, no pues migo fâ la figure dal gnogno!...
E duncje? Ce nus mancjal?
Cagneris: un popul braurôs de sô culture e de sô lenghe. Prime "culture" e daspò "lenghe". Parceche une culture no jè dome une lenghe, siben che la lenghe e sedi une colone puartant de culture.
In chescj agns si à fevelât scuasit dome che di lenghe. E ce scuarnadis, e tropis monadis, e ce ignorance su chest cantin! Ma culì i glotolics, i lenghiscj (pardon: linguiscj), i furlaniscj in gjenar a an scombatût e sclarît fint avonde ce ch'al è just e mutivât e ce no.
Provìn, però, a fâ un zûc inocent, siben no stupit dal dut: domandìn a un furlan cualsisei di lassâ piardi par un moment la lenghe (par finte, veh!) e di sclarî ben e in curt in ce ch'e consist la "furlanetât" e in ce che si disferenzie in maniere sostanziâl un furlan di un venit o di un lombart, di un toscan o di un piemontês...
O resti in spiete des vuestri rispuestis...
P.S: Us domandi perdon de libertât grafiche des elisions: a esistin in grêc, talian, francês, ma in furlan normalizât no: il furlan al è simpri un pas devant di chei altris e al marcje la direzion...

venerdì 10 agosto 2007

Finora non sono riuscito a scriverlo, ma, alla fine di luglio, sono entrato ad Auschwitz.
Erano anni che, penosamente e silenziosamente, studiavo, leggevo, scrivevo intorno all'inestricabile dramma dell'olocausto o shoah, che dir si voglia.
Si trattava di una visita di gruppo, organizzata e guidata, cui mi ero aggregato per l'insistenza dell'amico che mi accompagnava, mentre io avrei preferito andarci con mezzi pubblici e la libertà di fermarmi dove, come e quanto desideravo ...o magari fuggirmene subito.
Mi vergognavo. Non so spiegarmi precisamente per chi, perchè, per cosa, però mi vergognavo.
E mi vergogno tuttora: mi ossessiona la terribile sensazione che avrei potuto essere io (e magari potrei...?!) uno dei normali carnefici, dei banali burocrati della fabbrica di morti o, al contrario, uno dei milioni di untermenschen, di diversi, di impuri da schiacciare come schifose larve.
Ho scrutato a lungo le gigantografie delle foto scattate, contravvenendo a tassativi divieti, da alcuni ufficiali delle SS che ci tenevano - precisi, zelanti, orgogliosi - a documentare e a custodire nell'album di famiglia le fasi di un lavoro metodico, pulito, ben fatto...
I bimbi ebrei ungheresi che si tenevano per mano mentre sgambettavano verso la camera a gas, con i musetti un po' perplessi un po' curiosi, come tutti i bimbi della loro età, erano i miei tre figli...
Non si può spiegare. Non si può scrivere.
Poi la sorpresa. L'inaudito.
Coppie d'innamorati, gruppi di amici si facevano fotografare abbracciati e sorridenti davanti al portone d'ingresso di Birkenau, con i piedi ben piantati tra le rotaie che ancora lo attraversano.
Come in piazza S. Marco o a S. Pietro. Come sotto alle tre cime di Lavaredo. Come a Santo Domingo o alle Seichelles. Come a ground 0. Come in un qualsiasi cazzo di posto del mondo dove vai in ferie o in gita, a segnalare con la tua orina che ci sei passato e che quella fetta di umanità, per gl'istanti che ci hai scodinzolato, era tua e volentieri l'avresti contesa a chi ci abitava da secoli o ci aveva abitato per immensi, immondi, insanabili istanti.
Niente paura. Le guide erano affabili, preparate, cortesi: ti facevano entrare nell'orrido ombelico della stolida crudeltà umana con professionalità sbrigativa e plausibili facce da circostanza. Raccontavano particolari rintracciabili in qualsiasi libro di storia delle elementari, ma centellinandoli come la quintessenza dell'informazione storica. Ripetutamente ricordavano le migliaia di polacchi internati e uccisi nella costellazione concentrazionaria di Auschwitz, senza mai precisare se si trattava di ebrei polacchi e senza mai minimamente accennare all'inveterato antisemitismo di moltissimi polacchi che suggerì a Hitler e ai suoi collaboratori di costruire e attivare proprio in Polonia la più massiccia e organizzata macchina di sterminio che mai avessero concepito: in effetti, moltissimi sapevano assai bene cosa accadeva ad Auschwitz e nei campi-satellite, ma pochissimi tentarono qualcosa in favore di chi vi era rinchiuso.
Tutti fotografavano tutto, nonostante i visibili e ripetuti cartelli di divieto, perchè l'essenziale non era osservare, con attenzione ed intenzione, lasciarsi attraversare dall'assurda normalità di quella campagna angosciante e irreale, fiorita di blocchi e di baracche, di sentore persistente di morte e di presenze umane insostenibili al pensiero, ma documentare a sè e agli altri la propria narcisistica presenza e locupletare i pc di migliaia di scatti digitali tutti penosamente identici e inanimati.
I cessi - decine di fori rotondi disposti con angusta regolarità al centro delle baracche - riscuotevano un enorme successo fotografico, quasi più dei pancacci a tre piani. L'emozione e l'effetto patetico erano assicurati, quasi come all'Isola dei famosi.
Levi, Améry, Bettelheim, Frankl, Celan, Wiesel...
e milioni di altre comparse scomparse dalla storia e dalla memoria...
siete morti invano.

venerdì 13 luglio 2007

Narcissus

Narciso è sempre in agguato, di 'sti tempi. Per giunta, adesso che sono quasi in ferie, ho più tempo per sparare cazzate (ma nè Bertoncelli, nè prete, in fe' mia!) e strali inaciditi. Serenamente. Perchè la vita è adesso, d'accordo, ma soprattutto è altrove e chi ha figli lo sa... Dunque, a presto, chè oggi devo giocare! songwriter

martedì 10 luglio 2007

I soliti (furbissimi) noti

Qualche amico mi ha chiesto perchè sono "sparito" dalla scena musicale friulana, perchè è così difficile (ah, il fascino delle cose difficili...) ascoltare un mio concerto.
Credo che sarebbe più opportuno chiedere perchè mi sono eclissato dalle pallide vetrine cultural-musicali di costì, pur conoscendone quasi tutti i protagonisti, e perchè non ho "sfruttato" appieno le maravigliose "possibilità" che mi si offrivano.
Semplice: perchè sono visceralmente alieno da ogni "sfruttamento" e "strumentalizzazione" di ciò che profuma di artigianato e di arte e perchè non sono mai stato abile a cogliere le "possibilità" di una qualsivoglia, pur provincialissima, carriera all'ombra dell'acquiescenza ai mediocri compromessi del demi monde cultural-musical-letterar-giornalistico locale.
In realtà (ma erano anni più ingenui), per qualche tempo ho creduto alle bellissime esperienze che stavo vivendo, io, figlio di Nessuno, nipote di Autolico, apolide, apostata, solitario, selvatico, furlan ma no furlanist, cantautore (meglio "cantastorie") inorganico alle etichette, allergico alle "sinistre" e alle "destre", alle fumosità ideologiche, "ai preti d'ogni credo, a ogni loro impostura".
Però, come ben sanno i furbetti locali, non si fa così, non si può far così se si vuole conquistare uno strapuntino al raro solicello del nostro "piccolo compendio dell'universo" e - ahimè, il dolor! - ...io non ambivo scientemente a conquistarlo!
A me piaceva e piace scrivere, cantare e regalare emozioni. Punto.
Promozione, marketing, interviste, salotti culturali, appartenenze e affiliazioni ai "circuiti culturali" che contano (e ce n'è, signori, anche nella nicchia! anzi, quelli di nicchia sono ancora più gelosi e detentori esclusivi di ciò che "fa" cultura: après nous le déluge!), cene di lavoro, relazioni con la stampa, abbracci e baci ai politici e ai manager di turno non sono mai stati il mio forte.
Ciò stupisce e scandalizza un po', mio malgrado, qualche starnazzante artistoide di chenti, onnimunito di suo bravo sito internet, gestito da "quelli che ti adorano, felici, senza intoppi / coi santi non si scherza: abbasso il Milan!; viva Coppi!", che mi vorrebbe presente ad ogni micragnosa rassegna, a ogni millantata vetrina di "artisti" locali per presentare il plurivincitore di Recanati, il "professore" (sâtu a me ce che mi scjalde...), sputtanarci un po' sopra e incassare gli applausi del (poco) pubblico che non si tira indietro...
Ragazzi, io sono sempre, appassionatamente, dalla vostra parte, ma libero, anarchico, capite?
Se volete, vi aspetto (In)solit'aria nella piazza di Anduins domenica prossima, 15 luglio 2007, alle ore 21.30.
songwriter