Il blog di Aldo Giavitto, cioè Nessuno, ovvero Outis.
Dunque, il blog di uno che non ha niente, ma talvolta QuAlCose, da dire...
Senza infingimenti e pseudonimi virtuali: Songwriter è il mio nome totemico.
Ho scoperto con stupore che sono stati finalmente resi disponibili su YouTube i video delle canzoni partecipanti alle recenti edizioni del Festival della Canzone Friulana.
Sono sempre stato fin troppo autocritico e riascoltare o rivedere le mie canzoni mi lascia ogni volta spiazzato e perplesso, ma qui, devo dire peccando di superbia (e non è un bel peccare: vedi che fine ha fatto l'Ulisse di Dante, superbo fraudolento consigliere, nel canto XXVI dell'Inferno!), resto incantato e commosso.
Forse è anche un po' merito mio, che ho scritto le canzoni, ma la gran parte del plauso va agli arrangiatori dei brani (Valter Sivilotti e Alessio Domini), all'orchestra e soprattutto alla meravigliosa interprete Megan Stefanutti!
E pensare che io, cantautore old style duro e puro, autore e interprete esclusivo dei miei brani, all'inizio non ero granché entusiasta all'idea di affidarli a qualcun altro...
Provo un imprecisato disagio, uno spiacevole senso di inadeguatezza e di oscura tensione in questo periodo di dis-grazia pandemica.
Non credo sia esattamente ed esclusivamente paura: sono e resto un fatalista e so che "di alc si à di murî" come un tempo celiavano i vecchi, forse un po' banalmente o magari non troppo, perchè erano esistenzialmente assai più consapevoli di noi della finitezza della vita.
Può darsi, invece, che il malessere derivi da questo:
La società della sopravvivenza Il timor panico dinanzi al virus rispecchia soprattutto la nostra
società della sopravvivenza in cui tutte le energie vengono impiegate
per allungare la vita. La preoccupazione per il viver bene cede il passo
all’isteria della sopravvivenza. La società della sopravvivenza è
peraltro avversa al piacere. La salute rappresenta il valore più alto.
L’isteria del divieto di fumare è in fin dei conti isteria della
sopravvivenza. La reazione di panico di fronte al virus svela questo
fondamento esistenziale della nostra società. Se la sopravvivenza è
minacciata, ecco che sacrifichiamo volontariamente tutto ciò che rende
la vita degna di essere vissuta. La strenua lotta per la sopravvivenza subisce ora un inasprimento
virale. Ci pieghiamo allo stato di eccezione senza opporre resistenza.
La limitazione dei diritti fondamentali viene accettata senza colpo
ferire. L’intera società si trasforma in una quarantena, variante
liberale del lager in cui imperversa la nuda vita. Oggi il campo di
lavoro si chiama home office. È solo l’ideologia della salute e della sopravvivenza a distinguerlo dai campi di lavoro del passato. Nel corso dell’epidemia virale, la società della sopravvivenza mostra
un volto inumano. L’Altro è prima di tutto un potenziale portatore di
virus da cui bisogna prendere le distanze. Vicinanza e contatto
significano contagio. Il virus aggrava la solitudine e la depressione. I
coreani chiamano “corona blue” la depressione provocata dall’attuale
società della quarantena. Alla lotta per la sopravvivenza va invece
contrapposta la preoccupazione per il viver bene. Altrimenti la vita
dopo l’epidemia sarà ancora più orientata alla sopravvivenza. E allora
finiremo per essere come il virus, questo non morto che si limita a
moltiplicarsi, a sopravvivere senza vivere. La reazione di panico dei mercati finanziari all’epidemia è inoltre
espressione di un terrore che cova già dentro di loro. Gli estremi
fenomeni di rigetto tipici dell’economia globale la rendono molto
vulnerabile. Malgrado il costante aumento degli indici borsistici negli
ultimi anni, la rischiosa politica monetaria delle banche ha prodotto
una forma di panico represso che attende uno sfogo. Il virus è forse
solo la goccia che fa traboccare il vaso. Il panico dei mercati
finanziari mette in rilievo, più che la paura del virus, la paura di se
stessi. Il crash avrebbe potuto verificarsi anche senza virus. Forse il
virus è solo l’avvisaglia di un crash ancora più grande.