Il blog di Aldo Giavitto, cioè Nessuno, ovvero Outis. Dunque, il blog di uno che non ha niente, ma talvolta QuAlCose, da dire... Senza infingimenti e pseudonimi virtuali: Songwriter è il mio nome totemico.
venerdì 20 marzo 2009
Alegorie (storiute cence cjâf ni cjaveç)
Siôr santul al scrîf, fasint la solite penze predicje morâl ai soi "afezionâts" letôrs (migo cagneris: al è un che, par solit, al fevele di se cul "nô" maiestatic!), che no bisugne lâ daûr al "capitalisim di cowboy" dai merecans, "comprâ cumò, comprâ cu la crisi, comprâ cence pore par scurtâ il timp de crisi, di chest martueri economic mondiâl", che "une volte, cuanche si viodevile grise, si strenzevin i cuardins dal tacuin e, prin che tes buteghis, si butave il voli tal bearç e tal ort. Par sparagnâ."
E po daspò al zonte, cunvint e pinsirôs, che si scuen scomençâ "a vivi no dome cul tacuin ma ancje cul sintiment", "tornant a preseâ de vite no dome la robe di comprâ, ma soredut i valôrs di fonde" e che, biadelore, "forsit al sarès il câs di cjapâ ocasion di cheste crisi par dâi un dret a la nestre vite, par staronzâle di tancj pendacui di soreplui e par deliberâle di tancj pês di masse che le scjafoin."
Peraulis che a confuartin e a scjaldin il cûr: mancomâl ch'o vin predis cussì ben sestâts, profonts e coerents!
Po dopo, sabide stade, o meni mê fie a scout a Tarcint e, fasint manovre tal curtîl de canoniche cu la mê viele Nissan Serena di seconde man e un pêl malsestade (ma che à di tignî dûr ancjimò ben a dilunc!), mi scjampe il voli tal "garage" de canoniche: po no ti viòdijo - li che, par solit, al met a sotet la machine siôr santul - une Passat 2.0 Tdi gnove di scree, pôc sù pôc jù 30.000 euro(s)?
La vecje, une Passat ancje chê, e jè lade fruçade (mi an dit daspò) intun incident, par furtune sence nissun damp pa l'autist.
Cuissa parcè, mi ven inliment il gno vecjo plevan, pre' Checo, ch'al à simpri fruiât A 112, Uno e Punto fincuanche a colavin a tocs...
E o mi visi benon ancje dal gno unic vêr pari spirituâl, pre' John, ch'al viazave cuntune 127, prin, cuntune Panda, daspò, che parie al à lassât la scusse vignint jù dal Lussari...
Ancjimò orepresint no rivi adore di perdonâlu: mi à lassât masse dibessôl...
E m'impensi ancje di un gnò cjâr amì di agnorums, cumò ancje lui predi, ch'al torzeone orepresint cuntune viele machinute, une Saxo, e che no s'insumiarès, nancje se i rivàs di ribe jù in regâl, di mudâle cuntune siore berline gnove e costose: par menâ atôr un biât predi dibessôl no covente une limousine!
Siôr santul, benedet, tu tu scrivis (avonde) ben, ma jo o fâs fature a croditi...
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sabato 14 febbraio 2009
Humanitas - Christianitas
Eluana è morta.
Assassinata o accompagnata alla morte?
Sacrificata spietatamente sull’altare di un’ideologia o pietosamente sottratta ad inutili sofferenze?
Non lo so.
Non so se sia “bene” o “male” la scelta della famiglia di Eluana, ma sono profondamente convinto che sia presuntuoso, vano e frustrante volerlo stabilire drasticamente e ad ogni costo.
Questo giudizio morale appartiene a Dio (che credo, nella sua infinita misericordia, non sia così recisamente perentorio come gli uomini), non alla limitata ed inevitabilmente parziale coscienza e conoscenza degli esseri umani.
Sono altrettanto convinto, però, che agire secondo ciò che, in tutta coscienza e dopo lunga (e, in questo caso, straziante) riflessione, si ritiene giusto per sè e per i propri cari, affidati alla nostra tutela, dopo aver sottoposto le proprie convinzioni al vaglio della giustizia umana e delle regole di convivenza civile della società in cui si vive, sia il massimo che si può richiedere ad un essere umano.
La coscienza personale è inviolabile e sacra e nessuno può permettersi di attentarvi, per nessuna ragione e in nome di una qualsiasi ideologia o credo religioso.
Ovviamente, questo non esime dall’errore: appunto perchè non siamo Dio.
Se lo fossimo, non ci sarebbero dilaceranti dilemmi e drammi interiori e sapremmo sempre con naturale e limpida certezza qual è la Verità. Sarebbe auspicabile? Forse: ma, in questo caso, dove andrebbe a finire la nostra, per quanto malferma e incerta, libertà di esseri umani?
Nel corso di questa tragica vicenda ho constatato ancora una volta, mio malgrado e con rinnovata costernazione, che molti, troppi uomini di opposti schieramenti si credono Dio e si autoattribuiscono il diritto di parlare in suo nome e di battagliare a suon di “verità” alternative e contrapposte, ma invariabilmente presentate come granitiche e incontestabili.
Mi pare ci sia bisogno di maggiore umiltà da parte di tutti: i cosiddetti “laici” rispettino la Chiesa quando sostiene (auspicabilmente in modo non arrogante, presuntuoso e impositivo, ma lo stesso vale per i “laici”) i postulati della fede in Cristo e la sua concezione della vita umana; la Chiesa, la sua gerarchia e i suoi fedeli rispettino i “laici” ai quali non può essere imposta la fede, pena la negazione stessa della libertà umana e cristiana di aderire o meno all’invito di Cristo alla sua sequela.
E, soprattutto, la Chiesa si tenga alla larga da ogni palese o malcelato tentativo di strumentalizzazione politica e di potere: Cristo non ha discusso per avere ragione dei suoi persecutori con la superiorità dialettica, non ha fatto intervenire le sue “legioni”, ma si è fatto uccidere nel modo più ignominioso, in croce come uno schiavo: eppure è così che il cristianesimo ha cambiato radicalmente la storia dell’impero romano ed è nata l’era cristiana...
Invece, noi cristiani del terzo millennio, in sindrome da stato d’assedio, talvolta ci dimentichiamo che la nostra sola forza è lo scandalo di una sconfitta dal punto di vista umano, la kenosis umiliante di un uomo-Dio deriso e crocifisso, la “pietra scartata dai costruttori”: al contrario, con mentalità tutta secolare e mondana, preferiremmo avere sempre ed indiscutibilmente ragione e “vincere” culturalmente, politicamente e ideologicamente ad ogni costo...
Tra qualche giorno, quando si sarà placata (spero) la gazzarra mediatica e l’oblio avrà prevalso, come inevitabilmente accade, sulle “indimenticabili” vicende degli uomini, andrò a pregare, insieme alla mia famiglia, sulla tomba di Eluana, a Paluzza, luogo che conosco bene e che amo.
E’ tutto ciò che possiamo fare... e tutto non è poco.
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lunedì 22 dicembre 2008
Detesto il Natale...
Detesto il Natale e le feste “comandate”.
Non in sè e per sè, ci mancherebbe. Il Natale è una festa cristiana, profonda e tenera al tempo stesso: un richiamo ineludibile alla povertà, alla sobrietà, alla benedetta precarietà dell’esistenza e al desiderio insopprimibile di eternità. Un appello inequivocabile, semplice e diretto, all’insostituibile bellezza della vita, dei bambini, della maternità e della paternità.
Tutto ciò per i cristiani, appunto, o per chi spera e sogna di essere tale.
Di cristianesimo nel nostro mondo occidentale ce n’è rimasto ben poco o è così ben mimetizzato da risultare quasi impercettibile.
Qualcuno di ciò esulta, qualcuno sogghigna, qualcuno si lamenta. I più se ne fregano: si vive (bene?) anche senza.
Ciò non ostante, in questi giorni, (quasi?) tutti s’ingolfano in stereotipi natalizi, sentimentalismi ad usum puerorum, stucchevoli sorrisi e bontà esibizionista.
E’ un rituale ciclico, ineluttabile e reiterato, quasi una coazione compulsiva a ripetere.
Ecco perchè detesto il Natale.
La banalità infettiva e dilagante, l’ipocrisia, il confortevole senso gregario dell’homo occidentalis, in grazia del suo scheletro disanimato, mi pare si scatenino, durante questi giorni, in modo ripugnante e sfrenato, privi di ogni pudore e senso del limite.
Un tempo s’intravvedevano pallide lucine alle finestre: modesti presepi, aggiornati alla buona di anno in anno; le statuine di gesso, ogni anno più sbeccate, sempre le stesse, le luci rabberciate alla meglio (parceche gnovis a costin e beçs no’n’ vin cuissà ce... tocje sparagnâ!).
S. Francesco e Greccio non erano poi così lontani, nello spazio, nel tempo e nel cuore.
Qualche abetino natalizio si pavoneggiava, ma molti preferivano addobbare alla buona il melo o il ciliegio in giardino, magari ancje la cise, ch’e pâr bon distès!
La notte di Natale, cul nadalin ch’al cisave tal fogolâr, al rivave Gjesù Bambin a portare modesti doni: spesso frutta di stagione e un tocut di mandolât. Sempre che non fosse già intervenuta Santa Lucia o San Nicolò: allora, non c’era ragione d’insistere coi regali a Natale...
Nostalgia? Poca. Il passato è passato e, spesso e per fortuna, non ritorna.
Ma da qui ai Babbi Natali acrobatici e rampicanti ad ogni balcone, inferriata, staccionata, parabola (nel senso di antenna, che vi credete!), ce ne corre.
Nel mio breve tragitto da casa al lavoro ne ho contati, per difetto, più di una trentina. Tutti penosamente identici, stolidamente pencolanti, inanimati e kitsch. Comprati al centro commerciale più vicino, o, preferibilmente, al discount perchè molti friulani duellano ancora, inconsciamente e geneticamente, con un interiore atavico imprinting al risparmio - sparagn, anche laddove suona evidentemente patetico e risibile.
Le stelle comete, però, sono davvero uno sballo: ce n’è una, ben visibile dalla ss 13 Pontebbana, che sovrasta Artegna e, di notte, sembra davvero stagliarsi nel cielo tra le altre, meno definite e più baluginanti, sorelle...
Al di sotto, c’è la notte, il buio: nè grotte, nè capanne, nè pastori, nè stupore d’uomini in attesa...
Sarà che sono un coglione, ma avrei preferito una silhouette di Maria con in braccio il suo bimbo: magari mi sarei chiesto il perchè di quella inequivocabile luminaria e di quella sua postura accogliente, libera e affettuosa...
Mi chiedo cosa saprò davvero raccontare ai miei tre figli, la notte di Natale, con il ceppo che si consuma lento nel camino, come la mia angoscia...
Auguri...
venerdì 14 novembre 2008
Max Manfredi
Per la gioia delle vostre orecchie, vi segnalo un ulteriore link ad un artista come si deve e come ce ne sono pochi in Italia: anzi, per quel che ne so io - che sono notoriamente onnisciente e immortale -, non ce n'è proprio nessuno.
Si chiama Max Manfredi e sa giocare con le parole e la musica in maniera straordinaria: direi che ha imparato magnificamente da Baldassarre Castiglione l'arte della sprezzatura.
I suoi riferimenti culturali, letterari e musicali, sono caleidoscopici e stupefacenti, ma... attenzione! Max è urticante e scostante: può attrarre o respingere con altrettanta beffarda passione, dolcezza e violenza.
Se vi piace, bene, se no, fate pure finta che non vi abbia detto nulla...
Ma non potrete mai più fare finta di non saperlo.
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