mercoledì 16 dicembre 2009

STARRY NIGHT



Ho scoperto Van Gogh durante l'adolescenza: non certo grazie al micragnoso insegnamento di storia dell'arte al liceo, ma per folgorazione istantanea nello sfogliare libri d'arte in un'ormai scomparsa libreria della vecchia Udine anni '70. 
Io e un mio amico giungevamo in città dai nostri paesini collinari alle 7.20 (levataccia alle 6.00, corriera alle 6.40!) e, nell'attesa che la scuola aprisse, c'intrufolavamo nella vecchia libreria di via Piave, dove un'anziana signora tolmezzina (a che ora si svegliava, lei?!) ci accoglieva con la sua burbera e taciturna cortesia a serrande semiaperte e ci lasciava girovagare tra gli scaffali dove potevano scartabellare a nostro piacimento libri d'ogni genere, dimensione, contenuto e fattura. Eravamo pessimi clienti, ovviamente, stante la nostra giovanissima età e la cronica penuria di soldi, ma l'anziana proprietaria non sembrava dare troppo peso alla cosa e ci assecondava, lasciandoci girovagare e curiosare anche nel retrobottega delle scansie, mentre accendeva il riscaldamento o spolverava o compilava scartoffie propedeutiche alla sua giornata di lavoro.

Sono  trascorse ere geologiche da allora, ma a ripensarci è stupefacente riconoscere che certi, magari trascurati, imprinting sono fondamentali.
Così, oggi, nella mia amatissima vecchia casa di Zovello, dove adoro ritirarmi a leggere, scrivere, suonare, pensare, campeggia proprio di fronte al caminetto una buona riproduzione in stampa su tela di Starry Night di Van Gogh (l'originale non posso permettermelo, purtroppo!).

Spesso, mentre sto leggendo o scrivendo o suonando,  m'incanto a bocca aperta, come ogni bambino, a contemplare il quadro nella sua struggente, autentica e onirica bellezza e "il naufragar m'è dolce" in quelle girali-spirali di stelle-lune-soli vegliate dall'angosciante ombra del cupo cipresso fiammeggiante, mentre il paese - il gno paîs - sembra dormire in una cornice fiabesca da presepio punteggiata di luci solitarie con il campanile-ago a perforare ostinatamente e dolcemente il cielo.
Il tutto affondato in una dominante blue-blues, con l'ostinato, ma perdente, rivolto del giallo.

Allora non sapevo, ma poi ho scoperto che questo quadro ha ispirato un'altrettanto intensa e struggente canzone di Don McLean, Vincent.


Il buon Roberto Vecchioni ha più tardi "tradotto" e "tradito" (e in parte modificato melodicamente) questa canzone con la consueta sensibilità, ma anche con l'allure piuttosto ruffiana che spesso lo caratterizza, trasformandola in un'immaginaria emozionante lettera di Gauguin all'antico amico Van Gogh.
Personalmente continuo a preferire la versione di Don McLean.



sw

domenica 29 novembre 2009

Ce stufe

Ce stufe. O ce stufadice, s'o vês miôr.
In chestis ultimis setemanis, ancjimò polemichis sul furlan, lenghe e leteradure, premi S. Simon e v.i. .
Ce ch'o pensi in gjenerâl de cuestion, lu ai scrit culì za fa il 16 di otubar dal 2007.
Ad ogni bon cont, daspò vê let e scoltât i ultims intervents, soredut dai blogarìns (cussì si son batiâts i bloggers par furlan...), o scuen dî ch'o soi restât avonde scaturît, si ben no masse - ch'o soi purtrop vecjut e, ma la fe no, scjalterît! -, de parzialitât, de ande smafare e des pratesis di tancj ch'a si crodin in dirit di dâi simpri e dapardut flât a la lenghe: la lôr, che ben s'intint, no chê furlane ;-)... !

Fantats, us sconzuri, leiêt, studiait: nissun al è mai muart a sun di lei e di studiâ. 
Magari Leopardi..., ma no olçarês migo frontâ il paragon!! 

Si fâs par mût di dì (cun Riedo, che Diu lu vedi, e pardabon, in glorie!)...

sw

venerdì 27 novembre 2009

Quasi nessuno lo sa, ma io sono uno scrittore di canzoni.

La poesia e la canzone popolare hanno beffeggiato per secoli il potente, l'ipocrita, il servile, lo scudiero: hanno cantato la vita, l'amore, la rabbia, l'impotenza, l'orgoglio dell'errore, la voglia, la nostalgia, la necessità...
Non hanno modificato sostanzialmente il mondo: per cambiarlo ci vogliono potere, soldi, acquiescenza, pragmatismo, faccia tosta (e un cambiamento a questo prezzo, infine e magari, non è poi così auspicabile...).
La poesia e la canzone popolare, per una sorta di benedetto e beffardo codice genetico, non li hanno quasi mai o li rifiutano.
E' un'affermazione risibile e irrilevante nell'Italietta di oggi, quella che crede solo all'odore dei soldi, al successo,  alle raccomandazioni, all'impunità.
In realtà, e purtroppo, non solo di oggi, perchè mio nonno ricordava che il suo, per sopravvivere, era costretto spesso a  ribadire: "Jo no viôt nie, no sai nie e viva l'Austrie!".

Se è così, io ringrazio i miei avi che, barcamenandosi a fatica, sono riusciti a prolungare le generazioni sino alla mia e riconosco d'esser loro debitore se sono qui a digitare s'una tastiera queste parole.
Ciononostante, mi professo epigono del tutto inaffidabile e non garantisco di perpetuare il modello.
E' da generazioni che siamo violentati a pensare che primum vivere...
Se la condizione è questa, allora tutto può, obtorto collo, essere accettato, tutto può passare, tutto può essere deglutito.

Ho avuto dei maestri, quanto si vuole imperfetti, ma che mi hanno insegnato l'importanza della dignità e della ricerca - costante, faticosa, claudicante - della coerenza.

Chissà...
Magari sono solo cazzate,  ma stasera scrivo, suono, canto e non mi sento in vena di accondiscendenza...




sw

giovedì 19 novembre 2009

Ci sono canzoni che fatico a ricordare:
questa, invece, non la so dimenticare..




Don Henley - The End Of The Innocence (Live... di zocomoro


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